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sabato 5 giugno 2010

Lezione 8 (4/6/2010)

Ultimo capitolo della 'saga alfonsiana', che ci ha accompagnato in questi ultimi due mesi dell'anno accademico. L'argomento di oggi è stata la 'comunicazione interna' di contesto aziendale, sviluppata (quando presente) attraverso il sistema Intranet.

L'Intranet è una rete o un raggruppamento di reti locali LAN (solitamente ad accesso ristretto), utilizzata da una organizzazione/ente/impresa per facilitare la comunicazione e l'accesso all'informazione al proprio interno. A volte il termine è riferito solo alla rete di servizi più visibile (il sistema di siti che formano uno spazio web interno), mentre in altre accezioni può essere inteso come il sistema di informazioni e servizi di utilità generale accessibili dalla rete interna.

E' in quest'ultima accezione/concezione che il sistema Intranet rivela il proprio enorme potenziale, disponibile per chi operi all'interno di un contesto aziendale. Sono tuttavia poche le realtà che utilizzano l'Intranet in modo corretto (ovvero con la giusta mentalità aperta-diretta-dinamica-interattiva), mentre la maggior parte la vede/intende/sfrutta solamente alla stregua di una mera 'agenda di lavoro' (come rubrica dei numeri interni, bacheca dove segnalare eventi, archivio di documenti, e poco altro). Per questo motivo la sua gestione viene affidata di norma a tecnici informatici, senza l'appoggio di una redazione di professionisti adibita allo sviluppo dei contenuti da inserirvi e alla creazione di nuovi codici di comportamento e linguaggio costruiti 'ad hoc'.

Il valore attuale della comunicazione attraverso Intranet è dunque pressoché nullo. Le sue funzionalità/strutture/layout sono del tutto simili a quelle di Internet (che era essa stessa partita come 'sistema interno' ai tempi di Arpanet) e partecipano della stessa 'logica di investimento' (principalmente come vetrina di immagini), ma si rivelano essere più brutte e di minore qualità per la mancanza della 'diretta' (della realtà del momento) e quindi del lavoro di codificazione che vi sta dietro, limitando il sistema a semplici informazioni e comunicazioni di servizio ad elevata staticità.

Tale situazione di 'vuoto', riguardante tanto le idee quanto le applicazioni pratiche (palliativi della quale sono attualmente rappresentati dagli investimenti per lo sviluppo di radio/tv interne), necessita pertanto di nuove figure professionali che si occupino di innovare e incentivare questo ambito comunicazionale, allo scopo di migliorare i flussi del lavoro d'impresa e migliorare il controllo-gestione-fruizione dell'informazione al suo interno, per spingerla verso il massimo delle sue possibilità. Occorre far capire alle aziende che "non esiste una buona comunicazione esterna senza una buona comunicazione interna"; che quest'ultima può portare loro un vantaggio economico, oltre che pratico-funzionale; che è quindi necessario implementare e sviluppare 'centri di comando' e 'motori di ricerca interni' (ancor più importanti che in Internet, data la specificità delle ricerche) adatti allo scopo.

Gli spazi per un possibile futuro professionale in questo ambito sono dunque (per ora) aperti, ma è importante essere consapevoli che, nella comunicazione in generale, possibilità ce ne saranno sempre. I nostri codici di linguaggio, infatti, cambiano con l'evolversi della tecnologia (es: lettera-fax-mail-social network, dal 'one to one' al 'one to many'), strumento di lavoro a tutto tondo e in continuo mutamento dettato dalla sua dinamicità. E' però necessario possedere una mentalità aperta, che "guardi avanti" e non rimanga fossilizzata sul presente di una sopravvivenza da conquistare e mantenere (le grandi imprese necessitano di coraggio).

Il tempo scorre, arriva l'ora di congedarsi. Il prof. Alfonso sfrutta gli ultimi minuti del suo corso per parlarci apertamente di questa esperienza vissuta insieme: dai nostri 'silenzi' in classe, al suo rammarico per essere stato "sfruttato poco" da noi, per la poca collegialità dei nostri blog, ma soprattutto per la mancanza di una "voglia di andare oltre" dovuta alla nostra cultura e impostazione mentale. Se leggerà vorrei dirgli che (almeno per me) passare, grazie a lui, dallo zero di partenza al mio livello attuale nella cura/conoscenza di questo strumento e di altri connessi è stato un ottimo modo per "svegliarmi fuori" e iniziare a prendere confidenza con certe realtà...e quindi di non preoccuparsi, perché questo nostro presente sarà solo l'inizio del nostro futuro...o almeno di quello del 10% di noi (ma in fondo Lei lo sa benissimo).

Si chiude con alcuni consigli pratici per il nostro domani:
1) "Quando studiate una nuova tecnologia non perdete il gusto di quelle vecchie" (i codici si evolvono, si rinnovano e si ripetono);
2) "Pensate sempre a come verrà utilizzato il prodotto del vostro lavoro" (con l'evoluzione delle tecnologie cambiano i modi di fruizione, il prossimo dei quali sarà la tridimensionalità di Internet);
3) "Il giornalismo evolve verso la multimedialità" (è necessario fondere i codici 'parola' e 'immagine' in un nuovo linguaggio, e ricordare l'importanza del 'fattore tempo');
4) "I vostri divertimenti di oggi possono diventare il vostro lavoro di domani" (o comunque farne parte e favorirlo).

Ringraziandoci per la nostra partecipazione al suo corso (dalla quale porterà con sé la voglia di fare ancora meglio il prossimo anno) e annunciandoci la sua futura dipartita dal Belpaese d'Italia (verso una destinazione ignota), il prof. Alfonso, professionista gentile, pone fine all'ultima lezione. Cala il sipario, scorrono i titoli di coda: l'ultimo applauso (bello perché spontaneo) è tutto per lui...

sabato 29 maggio 2010

Lezione 7 (28/5/2010)

Cari amici,
come il Giro d'Italia anche noi siamo ormai giunti alla penultima tappa del nostro lungo percorso. Un anno di lezioni volge al termine, ma ci sarà tempo e modo di parlarne settimana prossima. Prima di iniziare il consueto 'lesson's report', segnalo che dopo questo post potrete trovare quello con i video dei nostri servizi realizzati con TVPR. Ogni commento riguardo questa bella esperienza (come anche al test che troverete più sotto) è naturalmente ben accetto.

Quest'oggi parleremo di Comunicazione politica, un modello di comunicazione che interagisce con quello giornalistico 'tradizionale' (centrale nella nostra esperienza educativa in questo corso di laurea) a tal punto che questi due ambiti, interdipendenti fra loro, ritengono di essere ciascuno in controllo dell'altro, in un 'gioco delle parti' che già diverse volte ci è stato descritto (e che spesso causa, non so se sarete d'accordo, un certo senso di repulsione riguardo la nostra possibile futura professione).

La comunicazione politica (da non intendersi solamente come ciò che dicono i politici, bensì come rappresentanza della 'polis' in generale, ovvero tutti quei possibili messaggi e informazioni che possono essere di pubblico interesse o utilità) è innanzitutto gestione, un mix equilibrato di tecnica e interpretazione finalizzato alla pura ricerca di quella risorsa vitale chiamata 'consenso' (cosa che rende questo tipo di comunicazione una 'via media' fra i due estremi della comunicazione istituzionale e della comunicazione di prodotto).

Per raggiungere questo obiettivo (che, come il potere, è difficile da conquistare, ma ancor più da mantenere) la comunicazione politica si basa su un terreno di tecniche e caratteristiche base uguali per tutti: dev'essere chiara (il che non implica direttamente che debba essere 'semplice'), positiva ed emozionale. Essa, infatti, sottende sempre un coinvolgimento, che è al centro anche dello scambio di 'complimenti' fra comunicatori politici (tacciati di essere "truffatori") e marketer politici (definiti semplici "mercenari"). Coinvolgimento, tuttavia, non significa affatto comunicare 'di pancia': la comunicazione politica (come tutte) ha infatti alle sue spalle un grande lavoro di ragionamento, che rende assolutamente indispensabile la presenza di una organizzazione che la coltivi continuamente, una serie di intermediari che si occupino di studiarla, comprenderla e valorizzarla ai massimi livelli.

Nella comunicazione politica, dunque, le regole base sono sempre le stesse, ma sono poi i leader (la figura più difficile da interpretare, essendo quella che "ci mette la faccia", e che deve possedere competenza, persuasione, emozione, simpatia e quel tocco in più di "fiuto politico" che fa la differenza) a plasmarle, incentrandole su di sé e sull'obiettivo da raggiungere, e a circondarsi degli uomini che ritengono migliori (come ha fatto il presidente Usa Obama, scegliendo per la sua campagna elettorale l'ex manager di Google, coadiuvato da uno staff di 160 addetti) per portare avanti il proprio messaggio e la propria immagine.

In questo modo la comunicazione politica, partendo dalla sua forma originaria, assume molteplici sfaccettature. Se ci si chiede quale sia la migliore fra queste, la risposta è risaputa, poiché "la Storia viene scritta da chi vince" (esempi recenti di questo sono la scomparsa provvisoria dalla ribalta dei media di Sarah Palin, e la sorte toccata ad Al Gore dopo la sconfitta, pur risicatissima, patita da George W. Bush).

Molteplici sfaccettature, dunque, ma sostanzialmente sono più o meno sempre le stesse persone (i 'migliori', come nello staff comunicazione della Casa Bianca) o comunque le stesse figure professionali (consiglieri, analisti, tecnici, web watchers, ecc.) ad occuparsi di questo settore comunicativo. Con una 'regola somma' (o assioma se volete) ben stampata nella mente: "distruggere l'avversario!".

L'Italia, (anche) da questo punto di vista, è un paese estremamente arretrato, vittima della scarsità di queste figure e professionalità, indispensabili per una buona gestione della propria comunicazione politica (che risente perciò del sempre maggiore distacco con il contesto sociale dei cittadini, e non riesce a sfruttare la buona legge "maggiori informazioni ti do, maggiori informazioni da te avrò").

Analizzando comunque la nostra situazione, non occorre molto per capire quale dei due poli (tra Pdl e PdmenoElle) sia in vantaggio in questo campo: la comunicazione proposta dal Centro-Destra è emotiva, identitaria, positiva, stratificata, codificabile, suadente (per fortuna che ogni tanto ci pensa Silvio a sparare qualche stupidata, ma purtroppo ciò non basta a risvegliare gli italiani), mentre il Centro-Sinistra (che dorme da vent'anni) è troppo politico, cerebrale, ripetitivo tendente al noioso, auto-referenziale.

Si avverte perciò la necessità di una integrazione di massa di alcune figure professionali (tasselli mancanti nel puzzle comunicazionale del Belpaese) che sappiano svolgere a dovere il proprio compito: 1) Portavoce preparati e affidabili, a cui è affidata la delega di rappresentare il proprio leader, svolgendo per questo una funzione di 'filtro' rispetto alla comunità o ai media (potendo essere tranquillamente smentiti in caso di gaffe, salvando così il proprio capo); 2) Consiglieri strategici, realizzatori di spin-doctoring, che valutano se e come intervenire sulle svariate questioni, lavoro faticoso poiché richiede un costante riferimento a ciò che fanno gli altri (come in una partita a scacchi); 3) Staff di comunicazione, composto da ex giornalisti adibiti ad addetti stampa e dediti principalmente al rapporto cogli ex colleghi dei principali media.

La Rete tuttavia permette di saltare 'a piè pari' queste figure di mediazione, fornendo la possibilità di un contatto 'diretto' fra leader e cittadini. Un'ottima opportunità, quindi, ma da gestire con estrema cautela poiché, come abbiamo già detto, "il Web dà, il Web toglie!". Il rischio di clamorosi errori errori e autogol è grande, e il riuscire a garantire una comunicazione orizzontale, aperta, interattiva e aggiornata è difficile quanto indispensabile (soprattutto da quando sono nati siti, come Dagospia in Italia o gli internazionali Huffington Post e Drudge Report, riconosciuti dagli utenti quali "controllori" dei propri leader politici e non solo).

Appuntamento a settimana prossima per il post riguardante l'ultima (in tutti i sensi) lezione dell'anno! Pubblicherò a breve un sondaggio di fine corso a cui spero parteciperete volentieri! Ciao a tutti!!!

domenica 23 maggio 2010

Lezione 6 (21/5/2010)

Giunto con un'ora di ritardo a causa di un complotto ordito dalle Ferrovie dello Stato, il nostro 'vate' Alfonso ci ha offerto un esempio delle grandi possibilità offerte dalla Rete in ambito comunicativo, grazie al tam-tam classmediatico suscitato dalla sua mail di avviso. E proprio di comunicazione, la seconda 'faccia' che, assieme al giornalismo, forma quel Graal che noi cerchiamo e che comunemente chiamiamo "lavoro" o "futuro sbocco professionale", si è iniziato a parlare in questa sesta lezione.

Al giorno d'oggi, questo ambito lavorativo sembra valere molto di più rispetto alla professione giornalistica. La tecnologia è destinata, infatti, a correre sempre più velocemente: diventa così necessaria la figura di una professionalità che si erga a filtro e controllore di questo processo. Non solo: forse paradossalmente, oggi sembra essere più libero un comunicatore rispetto a un giornalista, poiché quest'ultimo si trova a dover combattere quotidianamente contro diversi fattori (come il tempo, che in un periodo precedente volgeva a suo favore) e condizionamenti. Il comunicatore invece ha come 'assioma' il dover sottostare a certi condizionamenti, li mette anzi al centro della sua attività professionale. Ciò che contraddistingue, infatti, la comunicazione dall'informazione è che la prima provvede a fornire informazione nell'ottica di un interesse specifico, mentre la seconda presupporrebbe di non essere legata ad alcun interesse.

Che cosa si intende, dunque, per comunicazione istituzionale? Essa riguarda, in effetti, l'identità di una realtà: oltre a non essere vincolata alla diffusione di valori, rappresenta tutto ciò che identifica l'immagine di un'azienda, non legandosi strettamente al risultato economico, ma assumendo valore sociale, di rispetto della trasparenza, oppure aumentando la qualità percepita di quella realtà. Può essere sia pubblica che privata e mira a un ritorno di consenso, piuttosto che di denaro (obiettivo invece della comunicazione di prodotto). Spesso però questi due tipi di comunicazione sono erroneamente associati, poiché manca una reale percezione della diversità dei due ambiti (dovuta a cattiva professionalità, mancanza di regole, opportunismo, confusione del sistema della comunicazione).

In questo campo sarebbero d'obbligo trasparenza e chiarezza e su questo punto il Web risulta vincente grazie all'arma della 'tracciabilità'. Carta, radio e tv, invece, seguono lo stesso percorso, ma sono rallentate dal fattore tempo, mentre su Internet i feedbacks sono immediati. Altre forme di comunicazione istituzionale riguardano la pubblicità, i comunicati stampa (che presuppongono una mediazione, mentre nella Rete non c'è mediazione e l'informazione è diretta).

Fare i comunicatori significa quindi operare per una committenza, pubblica o privata, con l'obiettivo di raggiungere un risultato positivo per quella realtà grazie al proprio lavoro. La comunicazione privata istituzionale si avvicina infatti molto alla comunicazione di prodotto, ma a differenza di quella cerca sempre di mantere alti i valori del 'brand' (cosa che va invece evitata nella comunicazione pubblica). Il brand è il marchio, il messaggio politico, lo slogan, il prodotto di successo. Il brand isituzionale può essere una singola persona o una realtà multipla (comuni, emmenthal svizzero, coca cola, ecc.): entrambi hanno una loro storia, si riconoscono immediatamente anche senza didascalia (grazie al solo logo, come per la 'mela di Apple'), sono comunicazione pura e vengono perciò detti "comunicattivi". Il valore da trasmettere è il valore da vendere che può essere economico, personale, di condivisione o di consenso.

Il web dà molto, ma chiede anche molto: chi fa comunicazione istituzionale deve essere disponibile a rendere pubblico in modo chiaro il messaggio che intende promuovere (in forma diretta, mediata o attraverso la rete). Il messaggio deve essere breve per agganciare l'utente, per questo si usano gli script, frasi precotte che puntano sull'efficacia sfruttando le profilature delle persone a cui si rivolgono. La comunicazione istituzionale attraverso il web è più allargata, ma sempre trasparente e immediatamente verificabile (nella nostra classe ci pensa Gaspare :p), poiché essa è aperta, in quanto fornisce la possibilità di chiedere e ricevere subito una risposta che può essere automatica ("grazie per averci contattato, miglioreremo il nostro servizio"), intelligente (il cliente viene indirizzato, magari con una serie di click che rimandano a vari link) o più specifica. Compito per la prossima settimana sarà quello di curiosare nei siti di realtà pubbliche o private per scoprire la loro parte istituzionale (comunicazione, brand image), vedere quanto è visibile la loro 'mission' e quanto essa è resa vera e credibile.

La comunicazione istituzionale pubblica, vicecersa, vuole mettere a disposizione della collettività una serie di informazioni, servizi e strumenti, senza che questo debba per forza generare un rapporto di "do ut des". Non ricerca un guadagno, ma offre un servizio (mentre quella politica è orientata verso la ricerca di un consenso). Sulla Rete essa deve possedere alcuni caratteri fondamentali: usabilità, accessibilità, interattività e trasparenza. L'usabilità è la facilità di accesso, la presenza di sezioni logiche e ben accessibili, la mappa del sito (che serve per capire la filosofia che ne sta alla base).

Gli alberi di navigazione dei siti stranieri sono più semplici di quelli italiani, che presentano strutture 'barocche' e contorte. Alcuni esempi visti in classe:

- Camera dei Deputati: Tutto ciò che riguarda la parte istituzionale si traduce in attività quotidiana (come abbiamo visto dalla lettura del comunicato sulle pensioni di anzianità dei dipendenti della Camera, notizia ripresa e messa a disposizione di tutti i cittadini a costo zero da tutti i mezzi di comunicazione, e ririproposta il giorno dopo a pagamento dai vari giornali). Tutte le comunicazioni sono brevi e 'precotte', cioè redatte in forma giornalistica, in modo da agevolare il copia-incolla dei siti di informazione. Infine, sebbene sia tra i migliori siti istituzionali italiani, presenta una costruzione errata nella mappa.

- Governo spagnolo: Possiede un ottimo albero di navigazione. Presenta le notizie come fosse un giornale, senza fronzoli, una scelta coraggiosa visto che il sito non si serve dei media, ma è il governo a fornire tutte le informazioni, corredate da una buona multimedialità (video, audio, immagini scaricabili). Non c'è differenza tra un giornalista e un giornalista del sito del Governo spagnolo: se la notizia è valida, è sufficiente andare sul sito del governo, dotato anche della possibilità di recepire una serie di informazioni sull'utente (tracciabilità, percorsi, statistiche).

- Governo francese: Un sito immaginifico, molto 'visuale' e poco 'da leggere', bello ma difficile, dà emozioni. La sua particolarità è una forte interazione con il cittadino.

- Governo inglese: Coniuga magistralmente tecnologia e comunicazione, ovvero il nesso che si instaura tra il potere e il cittadino.

Appuntamento alla settimana prossima per la lezione di Comunicazione politica. Nel frattempo si aprirà ufficialmente la nostra caccia alle mission dei siti istituzionali più disparati :)
Ciao a tutti!!!

martedì 18 maggio 2010

Lezione 5 (14/5/2010)

Ehilà! Ciao a tutti!
Come dite? No no, tranquilli, il prof. Alfonso non è improvvisamente diventato un 'puffo gigantesco' :p
Sono io che venerdì scorso, a causa di impegni personali e improrogabili, ho dovuto inviare a lezione il mio avatar per raccogliere le informazioni necessarie per questo post (questa è un'immagine di lui che torna dalla 'missione'). Scherzi a parte, ovviamente ringrazio tutti coloro dai quali assorbirò le nozioni di questa quinta lezione (Anna, Fede, Andrea, Gaspare, ecc.).

A quanto leggo dai blog dei miei 'più che colleghi amici', arrivato fresco fresco dalla partecipazione al Salone del Libro di Torino, il prof. ha proseguito nel percorso tracciato in queste settimane, attraverso un confronto fra supporti fisici vs digitali e circa le importanti questioni che questi ultimi hanno posto (per le quali si stanno ancora cercando le migliori soluzioni): 1) coniugare la gratuità tanto cara agli utenti della Rete con la necessità di un ritorno economico per gli investimenti fatti dalle aziende; 2) problematiche in tema di diritti d'autore e della privacy.

La tecnologia è riuscita a 'contagiare' anche il sistema editoriale. Uno degli esempi più evidenti di come siano cambiati gli assetti dell'editoria classica è senza dubbio l'e-book (contrazione dell'espressione inglese 'electronic book'), versione digitale di una qualsiasi pubblicazione, che cerca nel contempo di abbinare le caratteristiche migliori del classico libro cartaceo (in modo da rendere la lettura il più possibile simile a quella tradizionale, permettendo di effettuare tutte le normali azioni come lo scorrere delle pagine o l'inserimento di un segnalibro) ai vantaggi offerti dalla sua natura digitale (principalmente nelle possibilità di essere un ipertesto e quindi di inglobare elementi multimediali, e nella possibilità di utilizzare dizionari o vocabolari contestuali).

A proposito dell'editoria libraria, e in generale di tutto ciò che è informazione sulla Rete, oggi non si parla più solo della questione tecnologica, ma anche della problematica dei pagamenti. Ciò che viene messo in discussione è la stessa definizione di gratuità della rete, uno dei principi cardine di Internet fin dalla sua liberalizzazione, garanzia di facilità d'accesso e fruibilità della comunicazione (su questo argomento mi sento di consigliarvi la lettura di un testo che è stato per me illuminante: Gratis, di Chris Anderson, 2009, ed. Rizzoli).

L'incremento dell'alfabetizzazione informatica e la conseguente diffusione dei supporti digitali (smartphone, i-pad, tablets, ecc.) ha ribaltato l'equilibrio tra le forze in gioco nella gestione dell'informazione giornalistica e culturale. Le risorse economiche, dunque, si concentrano nelle mani di chi produce 'strumenti', a discapito di chi produce 'contenuti' (un paradosso che mi ricorda molto questo: "anni fa un'azienda pagava poco un uomo-sandwich perché pubblicizzasse il suo marchio, oggi siamo noi a pagare lautamente le aziende per indossare i loro capi firmati).

Il depauperamento del mondo dell'editoria ha inoltre subito un'accelerazione decisiva (e forse letale) con la crisi economica di questi ultimi anni. Sono crollati i ricavi pubblicitari e diffusionali e sono viceversa aumentati i debiti e i passivi nei bilanci. Gli editori hanno tentato di correre ai ripari aumentando i prezzi dei libri e dei giornali, ma la soluzione si è rivelata un insufficiente palliativo, imponendo loro di buttarsi nel nuovo business dell'editoria online.

Ecco allora nascere l'idea del paywall e delle notizie a pagamento. Certo, l'opinione prevalente al momento è ancora orientata a favore della gratuità delle news. "Se tutto è gratuito in rete, perché l'informazione non dovrebbe esserlo?", dicono i teorici del web e i guru dell'editoria, sostenendo che sia necessario, utile e giusto non far pagare i contenuti online. Tuttavia, è al contempo vero che, da un punto di vista economico, questa concezione appaia come una filosofia "concettualmente giusta" ma "evidentemente insostenibile".

"Da un lato l'informazione vuole essere costosa, perché ha molto valore: l'informazione giusta nel posto giusto ci cambia la vita. D'altro canto, l'informazione vuole essere gratuita, perché produrla sta diventando sempre più economico. Quindi queste due tendenze sono in rivalità". Questa frase di Steward Brand è probabilmente la più importante e fraintesa dell'economia di Internet. Chris Anderson l'ha a mio avviso molto ben esplicitata affermando che: "L'informazione abbondante vuol essere gratuita. L'informazione scarsa vuole essere costosa". Il contenuto culturale non può essere gratuito. Possono esserlo i titoli, i flash, le breaking news, ma non il commento dell'esperto, né l'intervista, l'inchiesta o l'approfondimento. L'idea che sta alla base del paywall consiste nel favorire il riconoscimento del mestiere dei giornalisti, delle loro capacità professionali e, dunque, dell'esclusività della riproduzione dei contenuti.

Strettamente legato al tema della gratuità è il problema del diritto d'autore. Copiare una notizia e pubblicarla senza darne riconoscimento all'autore significa commettere una violazione del copyright. Poiché la rete non ha confini, a livello giuridico è molto difficile individuare e accusare qualcuno per questo tipo di violazione. A ciò va aggiunto il fatto che non esiste una legge completa, attuale e affidabile in questo ambito.

Nei paesi UE ci sono stati dei tentativi di legiferare in materia, come ad esempio in Francia, dove il presidente Sarkozy si è fatto promotore di una legge che puniva chi scaricava illegalmente files, bocciata però dalla Corte Costituzionale. In Italia invece (noi ci facciamo sempre riconoscere!) il sito della Camera dei deputati riporta allegramente nella sezione della rassegna stampa tutte le prime pagine dei principali quotidiani, proprio mentre gli stessi parlamentari proponevano un progetto di legge che voleva far registrare i blog come testate giornalistiche.

Si può sostenere che la latitanza delle leggi è legata ad una difficoltà di definizione del 'bene di consumo online'. Cosa si può mettere in rete? Cosa no? E' giusta la filosofia del copyleft, basata sulla gratuità di tutti i documenti e dunque opposta al copyright? Una legislazione più precisa consentirebbe un maggiore controllo sullo stesso contenuto del web, sulla diffusione di contenuti discriminatori o criminali e sulle diffamazioni e violazioni del diritto alla privacy (variabile da paese a paese, anche se esiste un protocollo comune gestito dal garante europeo).

Si chiude così l'argomento del giornalismo online, ricordando l'importanza di andare oltre alla home page e di scavare più in profondità "alla ricerca dell'informazione perduta". Non si è trattato il tema delle IPTV, delle tv di broadcasting e di produzione di video all'interno del web (si rimanda per questo ai corsi di Triani-Gavazzoli). La prossima volta si parlerà del web e di tutto ciò che giornalismo online non è, ovvero di COMUNICAZIONE. A presto!!!

sabato 8 maggio 2010

Lezione 4 (7/5/2010)

Quarta tappa del nostro per-Corso di Informatica Applicata al Giornalismo. Visto l'arrivo via mail di tutti gli indirizzi dei nostri blog e il numero abbastanza ridotto delle presenze in aula, penso ci sarà un'impennata delle visite a questo post :P

Prima di cominciare ringrazio tutti coloro che si sono iscritti al mio blog e che lasciano commenti, reazioni e suggerimenti utili.

Inizio, dunque, ricordando che la lezione di ieri non è stata tenuta dal nostro 'mentore' Alfonso (assente auto-giustificato :P), sostituito egregiamente da Paolo 'sostanzialmente' Ferrandi, vice-caporedattore della Gazzetta di Parma e professore di Teoria e Tecniche del Linguaggio Giornalistico presso la nostra Università.

In queste quattro ore di 'babysitting', il prof. Ferrandi ha sostanzialmente ribadito molti dei concetti che altri professori ci stanno pian piano inculcando: cosa certamente non negativa, non solo poiché repetita iuvant, ma anche perché sinonimo di una 'armonia' nella visione che i nostri insegnanti hanno riguardo l'evoluzione dell'ambito in cui lavorano (e in cui noi speriamo di lavorare). Una lezione di 'recap', dunque, a cui il prof. ha aggiunto una lunga carrellata di siti di notizie (giornali, blog, news aggregators), illustrandone di volta in volta caratteristiche principali e scelte editoriali.

Riassumo schematicamente i punti chiave della lezione:

1) In presenza di eventi 'speciali' (ad esempio una turnata elettorale) i giornali 'di carta' non possono assolutamente competere con i siti di news 24h. Di contro, tuttavia, questi ultimi molte volte sono presi dall'ansia della notizia, rischiando quindi di far circolare informazioni 'gonfiate' (o peggio false) solo per non aver potuto attendere una verifica delle fonti

2) Lo sviluppo tecnologico è impetuoso, ma le innovazioni non partono mai dal centro bensì dalle estremità della Rete

3) Internet: E' considerato dagli utenti un distributore globale 'free', per cui essi non accettano volentieri limitazioni e pagamenti

4) Giornali online:
- News & Observer (1° al mondo)
- Omogeneizzazione dei contenuti (dovuta all'eccessivo affidamento alle fonti d'agenzia e alla scelta di puntare più o meno sempre sulle stesse tematiche)
- Omogeneizzazione del modo di presentare i contenuti (scelte di layout molto simili per molti siti)
- Non impongono pagamenti (eccetto i giornali 'finanziari') per non perdere 'pagine viste' e di conseguenza pubblicità. Ciò porta tuttavia la necessità di trovare nuove fonti di ricavo economico, più adatte al mezzo (visto che gli abbonamenti non funzionano e i banner disturbano e sono facilmente evitabili)

5) Giornali online italiani:
- Unione Sarda (1° in Italia)
- Poche risorse umane/economiche (ma carichi di lavoro e ritmi molto maggiori, che portano ai numerosi rischi di copia-incolla e informazioni errate)
- Modello di business incentrato sull'advertisement (si punta alle 'pagine viste', con ogni mezzo possibile, arrivando a far parlare di 'borsino morboso')

6) Giornali online locali:
- Le notizie sono importanti, ma fondamentale è riuscire a ricostruire intorno a sé la comunità locale (sito come 'social network locale')
- Possibilità di realizzare buoni prodotti anche con pochi mezzi

7) News aggregators: Siti che raccolgono e selezionano notizie da altri siti (e per questo sono molto criticati dai colleghi di questi ultimi)

Questo è il quadro complessivo degli argomenti trattati ieri. Concludo ringraziando particolarmente il prof. Ferrandi, che ha saputo tenere la lezione con la sua solità eleganza, accuratezza e completezza, regalandoci inoltre l'emozione di una prestazione record a cui pochi potran dire di aver assistito (211 'sostanzialmente' in 158 minuti non è roba da tutti i giorni...vero ragazzi? ;P). Con questo dovuto omaggio è proprio tutto gente. A settimana prossima!!!

domenica 2 maggio 2010

Lezione 3 (30/4/2010)

Abstract, Back Office, Clipping, Scrolling! E poi code di rospo, ali di pipistrello e fegato di drago! Questo l'incantesimo (o forse rito voodoo) con cui lo 'stregone della notizia' Alfonso venerdì ha ucciso il giornalismo! Intendiamoci, non nella realtà (in quella ci pensa già l'inarrestabile ondata di cambiamenti sempre più rapidi in campo tecnologico, ai quali il giornalismo sembra sempre meno in grado di star dietro), quanto nell'immaginario di una quarantina di studenti, ritrovatisi al pari di un popolano medievale che tenta di capire una messa in latino.

Metafore scherzose a parte, il prof. ha ragione: il mondo intorno a noi sta cambiando a ritmi sempre più veloci. La rete offre applicazioni e servizi portatori di possibilità prima impensabili, e il giornalismo (quello attuale) si trova a rincorrere questo inevitabile progresso. Rincorrere, però, significa essere indietro. Si arriverà a un punto (il dubbio riguarda solamente quanto tempo manchi) in cui le odierne generazioni di giornalisti, allevate con certe regole e griglie mentali, getteranno la spugna. Saranno allora le nuove generazioni auto-prodottesi dal web a proporsi quali nuove mediatrici dell'informazione.

E noi? A mio avviso ci troviamo nel mezzo, tra due fuochi. I nostri prof. da una parte ci insegnano le regole del giornalismo, delle quali ancora non si può fare a meno, e dall'altra ci annunciano che viviamo in un mondo in cui quello che sai oggi sarà vecchio tra sei mesi. E noi sentiamo che hanno ragione. Lo capiamo. E ci dà fastidio sentirci come quei popolani medievali. Sapere che esistono possibilità così grandi e di non saperle utilizzare è scocciante. Ma, degni eredi del buon Socrate, sappiamo anche che l'ignoranza è la madre della curiosità. E' di questo che abbiamo bisogno. Sono quelli che da trent'anni svolgono un'attività, pensando che quello che sapevano sarebbe bastato fino alla pensione, ad aver paura. Certo, i nostri figli a dieci anni sapranno fare molte più cose di noi a venti, ma permettetemi di non sentirmi già in pensione alla nostra età. Noi siamo dentro al cambiamento, ne facciamo parte. E allora viviamolo con la curiosità di scoprire quante cose si possono fare già oggi. Applichiamoci, applichiamoci, applichiamoci!

Puff. Ok, concluso il mio personale momento di follia passo a riassumere la lezione. Abbiamo parlato di giornali/giornalismo online, e specificamente del confronto fra Repubblica.it e Corriere.it.

La versione on-line di un quotidiano o periodico, pur cercando di aumentare il numero dei propri lettori/utenti, deve fare in modo di non penalizzare la propria versione cartacea (già vittima negli ultimi anni di considerevoli perdite, dovute alla diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione e alla recente crisi economica). Significativo è il fatto che siano state soprattutto le testate nazionali (che forniscono il servizio online migliore) ad aver perso di più. I quotidiani locali, infatti, offrendo un'alternativa digitale piuttosto misera di contenuti, hanno risentito in misura molto minore di questa flessione.

Con l’avvento del web è enormemente aumentata la possibilità di interattività e feedback da parte degli utenti. Questo ha permesso un'evoluzione significativa degli studi relativi alla “profilatura dell’utente”, in quanto raccogliere i dati dell'audience on-line (siti visitati, link cliccati, pagine su cui ci si sofferma più tempo, immagini che piacciono o meno, ecc.) è diventato sempre più facile, grazie a sistemi per la rilevazione e diffusione dei dati relativi alla fruizione dei media on-line. Queste informazioni vengono poi abilmente sfruttate da associazioni di editori/agenzie di comunicazione/aziende pubblicitarie per la realizzazione di statistiche e analisi di mercato sempre più efficaci. Certo la privacy si è ridotta al minimo, ma questo sembra ormai passato in secondo piano: l'utente medio vi rinuncia volentieri in cambio di un buon servizio.

Nonostante questo sensibile miglioramento nella profilatura dei propri 'targets', i quotidiani online risentono ancora della carenza di mentalità e investimenti all'interno delle proprie redazioni. I giornalisti dediti alla versione web sono pochi e per lo più formati alle regole del cartaceo, e questo porta al giornalismo copia-incolla che abbiamo già descritto nella scorsa lezione. Si aggiunge inoltre il proliferare di banner pubblicitari (i cosiddetti advertising), sempre più invadenti o subdolamente inseriti negli spazi dedicati alle notizie.

Per rispondere alle nuove esigenze del popolo degli utenti, Repubblica.it ha attuato un restyling mirato al potenziamento dell'apparato multimediale correlato alle notizie (vedi l'approfondimento), puntando sulla capacità ormai acquisita dagli utenti di auto-costruirsi la propria informazione su misura, anche attraverso i nuovi strumenti di comunicazione (come l'iPhone, per il quale è stato pensato uno sviluppo della pagina più orizzontale).

Corriere.it è invece rimasto ancorato a una impostazione più tradizionale, strutturata verticalmente (anche se con uno scrolling più breve) e a un approccio più 'didattico', meno diretto e più banale, sviluppato attraverso 'percorsi' più lunghi. Le cose sono tuttavia destinate presto a cambiare (potere della concorrenza!), poiché è previsto un cambio della guardia alla direzione, attraverso il quale il Corriere proverà a rispondere all'innovazione proposta da Repubblica.

A proposito di innovazione: il servizio attualmente più innovativo proposto dal panorama italiano dei giornali online è il 'giornale digitale' offerto a pagamento da Repubblica. Peccato che questa tipologia di interazione sia ormai già superata da altre molto più efficaci, segno di come l'Italia rimanga costantemente indietro rispetto agli standard europei/americani. Per vedere di cosa stiamo parlando (e come si evolverà il giornalismo online nei prossimi anni) basta dare un'occhiata a TED.

venerdì 23 aprile 2010

Lezione 2 (23/04/2010)

Una frase, a volte, vale più di mille parole! Il prof. Alfonso prende dal sito di un'agenzia stampa una dichiarazione politica a caso (oltretutto di secondaria importanza) e la copia. Due minuti di ricerca online, ed ecco la nostra frase comparire tale e quale su decine di siti web d'informazione, agenzie e testate giornalistiche. Identica, da inizio a fine. L'unica differenza? L'orario di uscita della notizia.

Questo, in sintesi, è stato il fulcro della seconda lezione del nostro corso, incentrata sul confronto fra 'giornalismo tradizionale' e 'giornalismo online'. Diversi i punti importanti che sono stati toccati: la rivoluzione che il mondo digitale ha portato nell'ambito giornalistico, i vantaggi/svantaggi di questa evoluzione, i falsi miti riguardo l'informazione online, la concorrenza spietata tra i siti fornitori di notizie e l'importanza dell'utente controllore/selezionatore.

L'avvento di Internet ha portato enormi cambiamenti circa la diffusione di informazioni-immagini-video, passando dalla cross-medialità a una multimedialità sempre più pensata in rapporto ai bisogni dell'utente. Le nuove tecnologie si evolvono giorno dopo giorno, trascinando con sé il giornalismo tradizionale in tutti i suoi aspetti: dall'impaginazione (menabò elettronici, riduzione dei formati, ampio spazio alle immagini di qualità sempre migliore) alla distribuzione (codici a barre, sensori ai distributori di FreePress), ma soprattutto con la necessità di compiere 'il grande salto' nella Rete, alla ricerca di un rapporto con l'utente sempre più diretto e personalizzato.

Ecco allora il moltiplicarsi delle fonti d'informazione online: agenzie stampa, testate giornalistiche, aggregatori di notizie e giornalisti. Un mare di notizie in cui l'utente sprovveduto rischia di naufragare, vagando a vuoto per ore senza riuscire a raggiungere quello che stava cercando. Ma non solo. Nella maggioranza dei casi le notizie si ripetono identiche, copiate e incollate senza alcun approfondimento, perché nel Far West della Rete vince chi spara per primo, e chi arriva secondo è solo il primo dei 'killed' (per non parlare di chi, disgraziatamente, non arriva proprio, prendendosi il cosiddetto 'buco').

Una giungla, dunque, dove sopravvive chi ha le qualità adatte: tempestività e sintesi. Il rischio, tuttavia, è che la prima soverchi la seconda: una 'corsa alla notizia' che porta ai copia-incolla, con conseguenze negative per quel che riguarda il controllo delle fonti e la possibilità di rapida diffusione di informazioni false (le cosiddette 'bufale').

Nonostante ciò, si può dire che "troppe notizie non sono un male": spetta all'utente il compito di ergersi a guida di se stesso nell'universo del web, diventando contemporaneamente controllore e selezionatore della molteplicità di fonti d'informazione a sua disposizione, sempre pronto a 'bannare chi sgarra' tradendo la sua fiducia. L'importante è avere la notizia: saremo poi noi a decidere cosa farne.

domenica 18 aprile 2010

Lezione 1 (16/04/2010)

L'addestramento è iniziato!

Come nella miglior scena tratta dal film "Full Metal Jacket", il nostro sergente maggiore Alfonso (cugino buono del noto Hartman) passa in rassegna le nuove reclute del suo corso di 'Informatica applicata al giornalismo' (scoprendo con sorpresa l'obbligatorietà dello stesso all'interno del nostro piano di studi).

L'approccio è ovviamente diverso, nel segno della più totale cordialità, ma il risultato è lo stesso: colui al quale sarà affidata parte della nostra crescita professionale, ci fa notare quanto le nostre idee siano vaghe al momento di rispondere alla domanda "cosa vorresti fare da grande?". Le nostre risposte sono generiche ed evidenziano una scarsa conoscenza dei mondi che un giorno, in futuro, vorremmo far nostri.

Ma non importa. In fondo la nostra preparazione è appena iniziata. Oppure no? Non è la prima volta, infatti, che i nostri prof ci sottolineano quanto avere le idee chiare, in un mondo sempre più dinamico, competitivo e concorrenziale, sia fondamentale per poter prendere con decisione la nostra strada, formarsi al meglio e tenersi al passo con l'evoluzione delle cose per restare a galla il più a lungo possibile. Molti di loro alla nostra età erano già professionisti dell'Informazione. Si dirà che i tempi sono cambiati, ma cosa dire allora di quel ragazzo americano che, ricoverato in ospedale, non ha trovato modo migliore di impiegare il suo tempo che inventarsi una nuova 'app' (=application) per iPhone, guadagnando migliaia di dollari?

Prendiamo dunque questa 'imposizione' di creare un blog (forma di comunicazione forse ormai superata dai recenti exploit di Facebook/Twitter, ma pur sempre in voga come spazio personale in cui ritagliarsi il proprio 'angolo di mondo' e condividerlo col maggior numero di persone possibile) semplicemente come una 'spinta ad agire', a provare, a buttarsi, a ricercare e sfruttare ogni possibilità e occasione di imparare qualcosa che in futuro potrebbe esserci utile. Perché è questo, alla fine, ciò che i prof. Triani-Gavazzoli-Tarantino-Alfonso hanno provato, in modi diversi, a farci capire: "tutto ciò che mi potrà servire mi deve interessare..."